Ambrogio e l’Angelo dell’Apocalisse

L’Associazione A.R.C.A. e Silvia Roncucci

presentano

Ambrogio e l’Angelo dell’Apocalisse

SIENA A.D. 1348

AMBROGIO: – Eccoti. Sapevo che non ci avresti messo molto ad arrivare. Avvicinati, fatti vedere meglio per piacere. Ora posso dirtelo: t’immaginavo proprio così.

MICHELE: – Lo so. Ognuno in me vede quel che vuol vedere. Qualcun altro ravviserebbe in me un’entità racchiusa in abiti scuri, o magari dalle rassicuranti sembianze femminili. Tu mi vedi con in testa dei nobili riccioli biondi, un volto serio, un’espressione di distacco dalle cose terrene, in contrasto con il mio corpo guizzante ed energico. Mi immagini con addosso una scintillante armatura verde damascata e uno mantello rosso come il sangue e bianco come la purezza. Ché alla fine è proprio questo che succederà: il sangue sparso al momento della morte condurrà alla salvezza delle anime dei defunti. Te incluso. Ora però vieni, Ambrogio, è arrivato il momento di andare.

A: – No ti prego, aspetta. Parliamo un po’…

M: – Possiamo parlare durante il viaggio. Ne avremo tutto il tempo.

A: – Voglio farti qualche domanda prima di lasciare questa terra, ti prego!

M: – Va bene, ma solo qualcuna. In fin dei conti se me lo chiedono tutti perché negarlo proprio a te? Un artista dalla personalità spiccata e innovativa, un colto conoscitore del pensiero filosofico, del mondo antico, un dotto come sei tu, Ambrogio.

A: -Taci, te ne prego. Sai benissimo che non sono nessuno. Nessuno, davanti alla morte che mi attende. Proprio ora ho l’impressione che tutto sia stato inutile. Inutile creare affreschi e tavole dipinte con su nostro signore Gesù, serio e consapevole a ogni età, e Maria sua madre dai begli occhi allungati, talvolta maestosa e regale, talvolta affettuosa e malinconica. Inutile raffigurare le vicende dei santi, con le loro peripezie, i loro martirii, modelli per noi tutti di vita e santità. Inutile aver studiato strenuamente il disegno, essersi dato da fare a esprimere i sentimenti delle figure, la forza dei fenomeni naturali. Inutile lavorare per i maggiori commettenti di Siena. Tutto è vano davanti a questo…come chiamarlo questo…la conseguenza di una cattiva congiunzione astrale, una punizione divina, la fine del mondo? La tua presenza significa che siamo arrivati all’apocalisse, angelo? Che ho seppellito mio figlio, come tanti altri hanno fatto in questi giorni, senza avere la speranza che almeno le altre più piccole mi sopravvivano?

M: – No. Non è la fine del mondo, Ambrogio. E’ una breccia aperta nel tempo. Uno spartiacque. L’umanità continuerà a esistere, ma molti se ne andranno stavolta. E poi non dire che il tuo lavoro è stato inutile…

A: – Chi altri morirà? Che mi dici di Pietro?

M: – Sì, anche Pietro morirà. E lui mi vedrà come una donna regalmente vestita e velata di bianco, avvolta in un manto azzurro bordato d’oro.

A: – Che mi dici di Simona e delle bambine?

M: – Sì anche loro non saranno risparmiate. Mi dispiace, non dipende da me.

A: – Allora Dio non esiste? Oppure non ha pietà?

M: – Certo che esiste. E avrà pietà delle anime di chi se lo merita.

A: – La puzza dei cadaveri appesta la città e non si trova chi voglia seppellirli nelle fosse comuni. Io stesso ho visto con i miei occhi un cane sbranare il corpo di un vecchio mendico lasciato marcire all’angolo di una strada perché nessuno voleva toccarlo (aimè, tempo prima avevo proprio immaginato questa scena e l’avevo raffigurata). Ho visto preti abbandonarsi al peccato più sfrenato sapendo che gli sarebbe rimasto poco da vivere. Muoiono donne e bambini, angelo, nobili, mercanti, soldati, medici intenti al lavoro che forse gli occhi dei malati hanno contagiato con il solo sguardo, notai per il troppo contatto con i moribondi di cui redigono i testamenti. Neanche i Nove signori vengono risparmiati, e quelli che sopravvivono sono allo sbando. Muoiono i pii e gli empi. I pii e gli empi, angelo! Mi viene da pensare che quello che facciamo, le nostre azioni quotidiane, che siano buone o cattive, non servano a niente? Il nostro destino Dio se lo è formato nella sua mente molto prima che nascessimo o abbiamo qualche possibilità di agire liberamente e concorrere alla nostra salvezza?

M: – Dio tiene conto delle nostre azioni, non temere. Lui ci ha creati liberi. E Cristo giudice sarà giusto e imparziale e trionferà sulla morte proprio come lo hai immaginato tu. In questo momento, ad esempio, Bernardo è chino sui malati accolti nel suo monastero a Porta Tufi. Ne cura le ferite, i bubboni, le macchie, la febbre alta. Ne ascolta le confessioni dell’ultimo minuto. E’ instancabile e ignora che già il morbo è dentro di lui. Il suo viso si sta facendo emaciato, il naso comincia a spiccare sul suo volto sempre più affilato, invaso da una barba ispida. Sta cominciando ad assomigliare sempre meno al suo corpo e sempre più alla sua anima e, ripeto, Dio gliene renderà merito.

A: – Povero Bernardo…

M: – Non ti preoccupare per lui. Anzi, quando mi vedrà sarà contento. Ci tiene molto a me, da quando lo aiutai in un momento di difficoltà durante la costruzione di Monte Oliveto. C’è una cappella dedicata a me lì, lo sai…

A: – Pietro è morto, Simona e le bambine moriranno, Mario l’ho già seppellito – e pensare che lo avevo chiamato Mario perché avevo delle grandi aspettative su di lui, speravo che quel nome che riportava alla Roma Repubblicana gli avrebbe aperto la strada verso un futuro migliore – tu mi dici che anche Bernardo morirà, qui a Siena, dove è tornato per recare aiuto ai bisognosi. Chi altro morirà? Che ne sarà delle mie opere?

M: – Ambrogio in tanti moriranno. Durerà mesi.

A: – Ne muoiono circa cento, centocinquanta al giorno, mi è stato detto!

M: – Sì Ambrogio.

A: – Ma una cura non c’è?

M: – Certo che c’è. Però ci vorranno secoli per scoprirla. Le pomate di scorpioni, i salassi, i bagni nell’urina, le preghiere, le processioni, non servono al benessere del corpo. Solo le preghiere servono, ma non ai corpi, bensì a quel che ci sta dentro. A quel che resta di te, ad esempio, e che sto per portare via.

A: – Aspetta, angelo. Non hai risposto alla mia domanda. Le mie opere, che ne sarà di esse?

M: – Le tue opere sono immortali. Qualcuno non le capirà, la giustizia non sarà sempre protagonista nei secoli futuri, le virtù non sempre collaboreranno per ottenere il benessere comune, anzi, saranno più le volte che accadrà il contrario piuttosto, ma loro saranno lì, per rispondere, senza parlare, ma con il solo fatto di esserci, a tutti coloro che ad esse si rivolgeranno.

A: – Siena…ora Siena non è come l’ho dipinta io per i Nove signori, angelo.

M: – Ambrogio, Siena non è mai stata né mai sarà come l’hai dipinta tu. Ti è mai capitato di vedere tutte le botteghe attive, le ragazze danzare per le vie, i pastori entrare felici in città a vendere i loro prodotti, i nobili uscire a caccia in campagna, i contadini seminare, mietere, battere il grano e produrre farina contemporaneamente?

A: – No, non mi è capitato tutto insieme no. Ma singolarmente sì.

M: – E’ un’utopia, Ambrogio. Un’utopia fatta di tanti piccoli dettagli reali, ma pur sempre un’utopia.

A: – Quell’altra scena, quella sulla parete opposta: ecco ora Siena mi sembra così. In rovina, la città di certo, la campagna, mi dice qualcuno, pure. La paura aleggia sulle nostre teste, sorella della morte. Mi sembra quasi colpa mia quel che sta accadendo, mi sembra di averlo dipinto e poi…e poi si è avverato. E’ forse un castigo divino?

M: – L’umanità ha bisogno periodicamente di vivere dei drammi inspiegabili per darsi una ridimensionata, lo sai anche tu. Per capire i propri limiti, l’incontrollabilità dei fenomeni naturali, la fugacità della vita, la piccolezza del potere che tiene tra le mani e che si illude sia illimitato. La tua stessa città vivrà momenti di splendore eccezionali e altri di aspra durezza, Ambrogio, ma sempre per opera dell’uomo e non di Dio. Ora però dobbiamo andare.

A: – Angelo, dimmi solo l’ultima cosa. Verranno nuovamente gli anni della luce, anni in cui gli uomini torneranno a dipingere paesaggi sconfinati come fossero visti dagli occhi di un uccello che vola sopra di essi, figure di donna avvolte in abiti leggeri come facevano gli antichi, come la mia Estate o la bella Pace (bella, ma guardinga)?

M: – Sì. Tutto rinascerà tra pochi anni, Ambrogio.

A: – E le lettere, le belle lettere torneranno, e la fiducia nel futuro, e lo studio dei grandi filosofi, di Aristotele, ad esempio, tornerà?

M: – Sì, stanne certo. Il vostro paese farà nascere grandi artisti, grandi tanto quanto i tuoi maestri e tu stesso, che a te si ispireranno, e acuti pensatori, che guarderanno a quelli dei giorni in cui hai vissuto la tua vita terrena e a quelli del mondo antico. Tutto tornerà. Tutto ritorna, prima o poi. Ora vieni con me. E non avere paura dell’al di là. L’al di là rifulge come la foglia d’oro che fa da sfondo alle tue tavole e che fa brillare ancora più scintillanti i colori timbrici e squillanti che tanto ami –azzurrite, lacche e lapislazzuli. Lì i santi sono avvolti in fulgidi mantelli, le sante coronate di rose e gigli e impreziosite di perle e pietre pregiate, gli angeli suonano musiche che qui sulla terra non avete mai udito, né siete capaci di udire, e tutti nei loro occhi mostrano un’infinita varietà di gradazioni cromatiche, nei loro gesti somma eleganza e pacatezza. Il suolo è coperto di fiori che non sfioriscono mai, di tappeti damascati che non scoloriscono, di tessuti dalle linee moresche che non invecchiano. Lì non esiste notte, né vecchiaia, né malattia. E’un eterno mezzogiorno, un’eterna giovinezza, un eterno vigore. E’ vero. E’ tutto vero come te lo sei immaginato.

A: – Pensavo che saresti stato qui il giorno della fine del mondo, non il giorno in cui sarebbe finita la mia vita. Mi rallegro che solo la seconda finirà, mentre l’umanità, pur attraverso colline e valli, strade a volte strette, tortuose, in salita, altre in discesa, continuerà a farsi avanti. Che la salita, sebbene ripida, finirà.

M: – La salita finirà Ambrogio. Le salite finiscono sempre. E ora vieni con me. Ti stanno aspettando.


Il presente dialogo è frutto della fantasia dell’autrice, che lo immagina intercorso tra Ambrogio Lorenzetti e l’Arcangelo Michele – quello della pala di Badia a Rofeno, verosimilmente realizzata dall’artista attorno al 1337 per una committenza olivetana – poco prima che l’anima dell’artista venga condotta nell’al di là dall’angelo. I personaggi citati sono nell’ordine: Pietro Lorenzetti, fratello dell’artista, anch’egli morto a causa della peste nera del 1348, Simona e Mario, rispettivamente moglie e figlio primogenito di Ambrogio (l’epidemia sterminò verosimilmente tutta la famiglia dell’artista) e San Bernardo Tolomei, che come è noto tornò a Siena da Monte Oliveto per recare conforto e aiuto ai malati trovando egli stesso la morte. Ad oggi il suo cadavere non è stato ritrovato.


Le opere di Ambrogio che hanno ispirato alcune delle immagini descritte nel testo sono numerose, ma in particolare vanno citate gli ‘Effetti del Buongoverno in città e campagna’, che l’artista dipinse nel 1338 per il Governo dei Nove nella sala omonima del Palazzo Pubblico di Siena, l’’Allegoria della Redenzione’, realizzata probabilmente lo stesso anno, e la raffinatissima ‘Maestà’ di Massa Marittima, dipinta attorno al 1335 per la chiesa di San Pietro all’orto.

Fonte di notizie importati è il catalogo della mostra su Ambrogio Lorenzetti, tenutasi nell’inverno del 20172018 presso il Santa Maria della Scala, e la conferenza sulla peste nera di Maura Martellucci del 5 novembre 2017 svoltasi nel Museo dell’Opera del duomo di Siena.

Silvia Roncucci