CHIESA FRANCESCANA DI S. LORENZO IN ASCIANO

Storia

Le origini del convento sono incerte. I manoscritti settecenteschi del Pecci e del Faluschi riportano la notizia di un documento risalente al 1212, attraverso il quale gli abitanti di Asciano avrebbero donato ai francescani il sito dove si sarebbe edificata la struttura religiosa. Tuttavia gli stessi studiosi sono propensi a dubitare della veridicità del fatto, dato che non è rimasta traccia alcuna del documento. Inoltre la data in questione sarebbe troppo precoce per l’ordine francescano, all’epoca ancora caratterizzato da una certa instabilità insediativa. L’unico avvenimento riconducibile al 1212, come leggiamo nella leggenda perugina di Tommaso da Celano, è la presenza dello stesso S. Francesco a Siena. Per stabilire la datazione esiste un documento del 1334, la cosiddetta serie Paulina che elenca le sedi e le custodie dei francescani in Toscana. In questo elenco nelle 48 sedi, appare anche la chiesa di S. Francesco di Asciano, e poiché esiste un altro documento del 1282, la serie Argentina in cui non vengono citate le sedi, ma solo il loro numero, che è lo stesso del 1334 (cioè 48) possiamo ipotizzare che tra il 1282 e il 1334 le chiese francescane in Toscana erano le stesse e che ad Asciano quindi la chiesa poteva a ben ragione esistere già dal 1282. Per far maggiore luce è utile un atto inerente una donazione fatta al Santa Maria della Scala di Siena per conto di donna India Sansedoni, moglie del rettore dello stesso Spedale Iacopo di Bencivenne risalente all’anno 1265 e ripetuta nel 1268. Alla piccola chiesa di S Giovanni (ancora non ben identificata, forse l’attuale chiesa di San Bernardino che portava in precedenza tale nome) donata col primo atto notarile si aggiungono terreni tra cui alcune terre poste nel Piano di Prato (quindi non per la costruzione ma per il mantenimento da rendita), sempre appartenenti alla nobildonna, affinché nelle vicinanze della chiesa suddetta vi si potesse costruire e mantenere decorosamente un piccolo ospizio (probabilmente l’ospizio di San Giovanni) per poveri e per religiosi che fossero transitati ad Asciano; tra i poveri religiosi, nell’atto vi sono indicati i frates minorum et predicatorum ossia i Francescani e i Domenicani. Segnale questo che un insediamento ad Asciano della componente francescana a quella data (1268) non esisteva ancora? Se così fosse sarebbe possibile datare la costruzione della chiesa di S. Francesco in arco di tempo che va dal 1268 al 1282 anno della già ricordata serie Argentina.                                      

Altra informazione dubbia è quella riportata per la prima volta dal Repetti, che vuole il convento edificato sui ruderi del vecchio castello di Asciano. Tuttavia, il convento doveva essere già presente nella seconda metà del XIII secolo e perlomeno nel 1308, quando Nuccio di Graziuolo di Montecalvoli dona al loco dei frati minori la somma di 10 soldi. Nel 1327, inoltre, Filippo di Ser Francesco d’Asciano donerà 4 lire per contribuire alle spese del cantiere del convento.

Nel corso del XIV secolo sono noti vari interventi costruttivi; nel 1326 Lando Benincase finanzia la realizzazione del pavimento della chiesa, mentre al 1345 si data la costruzione di un dormitorio a spese di Antonio di Meio Tolomei. L’anno successivo Nero Bini lascia 60 fiorini d’oro per costruire una cappella sotto al campanile e per celebrare messe in suffragio.

Lo statuto di Asciano del 1465 ricorda più volte il convento come nell’occasione della festività di S. Lorenzo, a cui era dedicata la chiesa, e del mercato del vicino sobborgo di Prato. Inoltre il camarlengo del comune era tenuto a dare ogni sei mesi 5 lire di elemosina ai frati.

Il convento, ricordato in vari documenti tra XVI e XVIII secolo, viene soppresso in epoca napoleonica nel 1808. Dopo un periodo di assestamento, la chiesa sarà nuovamente officiata a cura della compagnia laicale di S. Antonio Abate, istituita nel 1826, mentre il convento viene adibito ad abitazioni private.

Architettura

Chiesa ad aula unica rettangolare caratterizzata da area presbiteriale rialzata e tre cappelle conclusive. La copertura è a doppio spiovente con capriate lignee. La facciata presenta due semipilastri angolari (sodi) e un portale strombato ad arco a tutto sesto. Superiormente si apre una finestra rettangolare di epoca successiva, probabilmente realizzata a metà del XVIII secolo in occasione dei lavori di restauro della facciata. Sui lati si aprono varie finestre ad arco acuto, tamponate in seguito alla sistemazione degli altari all’interno della chiesa.  Il convento si sviluppa sul lato destro della chiesa e intorno ad un chiostro al quale si accede attraverso un arco ribassato sistemato presso la facciata dell’edificio religioso. L’esistenza di mensole ad L e gocciolatoi sulle pareti, fanno intuire l’originaria sistemazione di una tettoia a copertura del chiostro. Le strutture del convento, attualmente adibite ad uso abitativo, risultano molto rimaneggiate; tuttavia si riconoscono varie aperture costituite da archi databili tra XIII e XIV secolo. Nella parte orientata a sud-est, è inoltre ben visibile il paramento murario originale, distinguibile in due parti: quella inferiore è realizzata con filari abbastanza ordinati, mentre quella superiore, caratterizzata da un’”apparecchiatura” meno curata, è forse da associare alla costruzione del dormitorio documentata nell’anno 1345. A quello stesso momento va probabilmente collocata anche la sistemazione della sala capitolare e la realizzazione delle rispettive aperture archiacute in mattoni.

descrizione interna lato destro

Uno degli edifici religiosi più ricchi internamente dal punto di vista iconografico. Costruita nel XIII secolo, presenta una struttura simile a quella della chiesa omonima di Lucignano in Val Di Chiana e di Cortona. Nel Seicento ha subito un rinnovamento con decori barocchi e negli anni ’80 più recenti restauri del secolo scorso hanno portato alla luce numerosi affreschi. Presenta una pianta tipica delle chiese mendicanti, ad aula con tre cappelle archiacute nel presbiterio, con la facciata a capanna ai cui lati svettano in alto le statue settecentesche di S. Lorenzo e S. Francesco. La lunetta sovrastante il portone d’ingresso mostra ancora oggi i resti di un dipinto con le Stigmate di S. Francesco.

1 – In controfacciata, sulla sinistra vediamo un dipinto della prima metà Trecento con una Madonna con bambino e santi; a destra sta un santo cavaliere e un altro non identificabile, a sinistra S. Antonio abate. In basso a destra è raffigurata la donatrice – una bella figura femminile dai lunghi capelli biondi presentata dal santo cavaliere – in alto a sinistra vediamo uno stemma bianco con una croce, forse un riferimento al Regno di Gerusalemme. L’affresco è stato staccato per essere sottoposto a restauri.

2 – Nella parete destra segue una teoria di santi. Tra i primi sono visibili in alto a sinistra S. Bartolomeo e Santa Barbara. S. Bartolomeo presenta in basso a sinistra due gemelli e a destra un’altra figura femminile che ricorda nell’iconografia Santa Dorotea, riferiti da alcuni a Jacopo di Mino del Pellicciaio. A destra compare una Trinità. Sotto si notano delle scene attribuite di nuovo a Jacopo di Mino del Pellicciaio con il Riposo durante la fuga in Egitto, S. Pietro, dotate di stessa cornice, mentre sembrerebbe di mano diversa un santo vescovo con uno strumento lungo in mano (forse S. Biagio o S. Egidio). A sinistra compare un altro    S. Bartolomeo con la figura di un donatore francescano, sembrerebbe sempre nello stile Jacopo di Mino.

3 – Nella prima nicchia sulla destra compare in alto una Maestà mutila con S. Giacomo e S. Giovanni Battista, nel sottarco S. Agata e S. Cristoforo, mentre sotto una narrazione di belle storie forse tardo trecentesche di S. Antonio Abate (nella chiesa esisteva infatti una confraternita a lui dedicata e un tempo nel terzo altare a sinistra era visibile una scultura raffigurante il santo, di ignoto autore senese di fine 1300, attualmente conservata a Palazzo Corboli) tra cui Incontro con il centauro, Incontro con S. Paolo eremita, S. Antonio bastonato da demoni  e la Morte di S. Antonio.

4 – Continuando la teoria di santi nella parte alta appaiono divisi da esili colonnine, S. Stefano, S. Giovanni Battista e un santo non identificabile (Nella colonna tra S. Giovanni Battista e questo santo vediamo un tondo con l’agnello, forse un riferimento a S. Agnese o più in generale al Buon pastore). Nella parte inferiore compaiono storielle duecentesche della Passione e Resurrezione di Cristo gia’ situate sotto a quelle dipinte da Jacopo di Mino (Le scene raffiguranti Ultima Cena, Orazione nei Getsemani, Crocifissione e Resurrezione, databili al quinto decennio del 1300, ora in parte conservate presso il Museo Corboli), dotate di un insolito sapore miniaturistico e quasi nordico. Nella fattispecie tra le storie della Passione vediamo la Deposizione, il Cristo al Limbo, la Resurrezionein alto, il Noli me tangere e la Pentecostein basso – iconograficamente in linea con i dipinti della cosiddetta Cripta del duomo – e all’estrema destra un santo o forse un Cristo risorto (visto che ha lo stesso abito di Cristo delle scene precedenti) con un donatore.

5 – Il primo altare a destra in stucco dipinto presenta al centro una pala in terracotta robbiana con Madonna con il bambino, angeli in alto, S. Cristoforo, S. Raffaele e Tobia, mentre nella predella sono raffigurati S. Sebastiano, Cristo uomo dei dolori e S. Rocco (1522). In basso a sinistra troviamo uno stemma con un leone rampante nero con un crescente nella zampa, su fondo giallo.

6 – Nello spazio tra primo e secondo altare emerge una cornice barocca e sotto affreschi con S. Giovanni apostolo a sinistra, S. Eufrasia al centro con committente – santa presente anche in un altro punto della chiesa – e S. Ippolito inginocchiato a destra. La cornice intorno alle figure che imita decori a finto marmo è identica a quella di S. Bartolomeo e Barbara, segno che le immagini risalgono alla stessa epoca. Nella parte inferiore continuano le scenette duecentesche della Passione con la Lavanda dei piedi, Orazione nell’orto degli olivi in alto e altre scene illeggibili.

7 – Al centro del secondo altare in stucco seicentesco, è possibile leggere l’iscrizione ‘languore nostro ipse tulit’ (“egli portò le nostre sofferenze”) un riferimento alla Passione di Cristo (di cui troviamo alcuni simboli nella parte alta in stucco del medesimo altare), rimangono poi lacerti di altre figure di santi, a sinistra S. Bartolomeo con le pelli cadenti e a destra un santo martire non identificabile. Da qui proveniva il Crocefisso con dolenti – in linea con il tema dell’altare – di Francesco Nasini, datato 1664 e recante uno stemma, forse Ascarelli, coevo alle lunette con Storie della Passione dell’oratorio della Santa Croce in cui era collocata la Crocifissione di Bernardino Mei di cui si Nasini cita l’atteggiamento di Maria.

8 – Nello spazio tra il secondo e terzo altare ancora una Madonna col bambino e S. Francesco che ha una cornice uguale a quella della scena precedente. Segue un disadorno altare barocco (con in alto un’iscrizione relativa alla lotta contro le insidie del demonio) dotato di una nicchia vuota al centro. 9 – La successiva teoria di santi mostra una cornice uguale a quella di S. Eufrasia e S. Bartolomeo. Tra le figure vediamo: una Madonna della Misericordia, S. Pietro, S. Paolo, S. Caterina da Alessandria, S. Lorenzo, (titolare della chiesa) e un santo non identificabile con donatore (ma qui la cornice cambia).                    

Sotto al S. Lorenzo compare l’iscrizione che sembrerebbe essere ‘Frate Johs de verna’ (Giovanni della Verna 1259/ La Verna, 9 agosto1322 è stato un francescano predicatore, beato). Al di sotto di questa teoria, laddove in precedenza si erano trovate le duecentesche storie della Passione, compare una decorazione a finto marmo.

descrizione parte centrale e lato sinistro

1 – Nella cappella a destra dell’altare maggiore è presente un altare barocco con una statua di santa non identificabile, forse settecentesca, con cuori di metallo ex voto e crocifisso. Potrebbe essere Maria Maddalena, statua proveniente dalla scomparsa chiesa a lei dedicata situata non lontano dal colle di S. Francesco (sito dell’odierno silos). Documenti della parrocchia di S. Agata confermano la traslazione della statua, dalla chiesa a S. Francesco, a fine Ottocento. Nella parete a sinistra della cappella in altro è presente una magnifica decollazione di S. Margherita e sopra una santa che un’iscrizione identificherebbe come  S. Eufrasia. La scena della decollazione di S. Margherita mostra stingenti affinità con gli affreschi di Bartolo di Fredi nella collegiata di S. Gimignano – si vedano i tratti somatici dei personaggi e la città circondata di mura a sinistra che troviamo più volte negli affreschi sangimignanesi. Sotto il dipinto con S. Margherita sta uno stemma Bandinelli (del resto la presenza di vari blasoni di questa famiglia come essi avessero qui il patronato per un certo periodo di tempoo). In basso sono dipinti finti tendaggi. A destra prima di accedere nella cappella è visibile un bel portale archiacuto, sopra il quale è raffigurato uno stemma Borghesi forse settecentesco, che conduce alla sagrestia, dove in alto nella parete d’ ingresso rimangono resti di dipinti geometrici e a bande bianco- nere nell’arco.

2 – Nel pilastro divisorio tra cappella destra e cappella centrale sono dipinti due santi: in alto S. Francesco e in basso un santo identificabile con S. Giuliano ospedaliere, raffigurato poco prima di uccidere i suoi genitori, atto, secondo la leggenda, a cui seguì un viaggio in Italia per espiare le proprie colpe. Da notare la presenza d’ interessanti iscrizioni, da sottoporre ad un più attento esame paleografico e lo stile che ricorda quello dell’autore delle scene della Passione duecentesche. Sul muro sinistro della cappella centrale troviamo un Cristo benedicente in una cornice triangolare con pinnacoli, che sembrerebbe di inizi Trecento. Tutta la parete è decorata a strisce bianco-grigie con l’insistenza di numerosi stemmi dei Bandinelli, oltre che resti di figure di santi dietro l’altare maggiore della stessa epoca.

3 – Nel pilastro tra la cappella centrale e quella sinistra trovasi un affresco che raffigura S. Buonaventura, attribuibile alla scuola senese del 1400; le altre due figure anch’esse coeve, una interna al pilastro stesso e l’altra in quello opposto, raffigurano rispettivamente S. Sigismondo in versione più sdolcinata di un prototipo di Benvenuto di Giovanni e un S. Sebastiano. Nel Quattrocento in Toscana la figura dell’imperatore Sigismondo e di conseguenza del santo eponimo, ebbe grande successo, considerando come nel 1432-1433 l’imperatore fosse stato fautore del Concilio di Costanza, finalizzato a riunificare la chiesa cattolica con quella ortodossa. Egli aveva infatti soggiornato a Siena, per dieci mesi a spese del Comune, durante il suo viaggio diretto a Roma per essere incoronato. Da ricordare a tal proposito inoltre i privilegi offerti a Siena dall’imperatore in quell’occasione e i fatti della rivolta di Lucca, che sconvolsero gli equilibri tra Siena e Firenze, causando peraltro un’invasione del borgo di Asciano da parte dei fiorentini. Benché l’attacco fosse stato fronteggiato dai senesi, lasciò tuttavia dei segni notevoli, tanto che negli anni successivi il paese dovette richiedere una diminuzione delle tasse. Non casuale quindi, la figura di vegliardo barbuto di profilo, che compare accanto a S. Gioacchino nella Natività di Maria del Maestro dell’Osservanza, che ricorda quella del ritratto dell’imperatore Sigismondo già rappresentato in un disegno di Pisanello e dunque potrebbe qui simboleggiare una netta presa di posizione politica. Nelle pareti interne della medesima cappella sono presenti due tromp-l’oeil a doppia arcata – dove compare un’iscrizione purtroppo scarsamente leggibile e la data 1480 – e il solito altare barocco. Da questa cappella proveniva un Miracolo di San Lorenzo d’ignoto pittore bolognese (1723), commissionato dal frate GB Pasquini per l’altare, all’epoca della sua famiglia. Nella parte superiore dell’altare vediamo diverse armi Bandinelli e stemma della famiglia Gherardi.

4 – Sul muro adiacente a sinistra sono state dipinte due porte in tromp-l’oeil e accanto una Crocifissione Cinquecentesca con S. Francesco e S. Sigismondo inginocchiati tra la Madonna e S. Giovanni Evangelista. Sugli archi rispettivamente della cappella a sinistra e a destra ci sono due stemmi, uno di Volumnio Bandinelli datato 1645 e uno di Domenico Bandinelli del 1673 (data non del tutto leggibile) con tiara papale e chiavi di S. Pietro (forse riferimento all’antenato Alessandro III).

5 – Dietro al terzo altare a sinistra, dedicato al Vessillifer Jesu Christi sta un grande San Cristoforo in parte visibile a destra, databile forse agli inizi del 1300.

6 – Sul muro sinistro del secondo altare a sinistra compare un’interessante iscrizione in latino relativa all’altare dell’Immacolata (1761).

7 – Sul muro tra la seconda e la prima cappella a sinistra sono raffigurati un S. Ludovico da Tolosa – e forse l’Immacolata con sotto un’iscrizione e la data 1368. 

8 – Il primo altare a sinistra attualmente è dedicato a S. Antonio da Padova e accoglie tutt’ora una scultura a lui riferita, mentre un’opera seicentesca di analogo soggetto e forse da qui proveniente è visibile a Palazzo Corboli.  A sinistra una nicchia incassata con una Assunzione della Vergine (trecentesca) tra angeli musicanti

9 – Nell’angolo tra la controfacciata destra e la parete sinistra compaiono vari affreschi tra cui Cristo nell’orto degli ulivi (sotto è leggibile la data 1372), un Compianto su Cristo morto, un Ecce homo tra S. Giovanni e S. Pietro e la figura di un beato o una beata circondata da storie della sua vita. In controfacciata vediamo un’altra scena della Passione attribuita forse a Jacopo di Mino.

Dalla chiesa di S. Francesco provengono altresì alcune opere attualmente conservate presso il museo di Palazzo Corboli: l’acquasantiera di Antonio Ghini – la tavola di un’artista della famiglia Memmi Madonna con bambino e Redentore parte centrale di uno smembrato polittico databile al secondo decennio del 1300.  – le splendide sculture lignee dell’Angelo Annunziante ela Vergine Annunziata, capolavori di Francesco di Valdambrino. Riferibile ad essa è stato ipotizzato inoltre, che possa essere identificabile con la perduta Annunciazione intagliata dal Valdambrino nel 1410-11 per la sacrestia del duomo senese, collocata a ridosso dei pilastri divisori tra la cappella centrale e le due laterali della sacrestia, dove rimase fino al 1658, anno in cui fu segnalata per l’ultima volta negli inventari dell’Opera del Duomo, e da qui giunta nel contado come sarebbe accaduto ad altri lavori senesi.

  • Francesco Nasini raffiguranti il Martirio di un santo vescovo, laMorte di un santo vescovo a cui appare il Redentore, S. Pietro e Santa Petronilla, Agar e l’Angelo, databili agli anni anni ’60 del 1600.
  • Madonna del Rosario di ignoto pittore senese dei primi decenni del Seicento.
  • Adorazione dei Magi d’ ignoto pittore del XVII sec.
  • La Visione di San Felice da Cantalice della bottega di Rutilio Manetti.
  • Santa Elisabetta di Ungheria e Santa Chiara di Antonio Moller (1631).