L’ANTICA VIABILITA’ DI ASCIANO

In questo breve studio, vogliamo parlarvi di ciò che permetteva, alle merci, alle idee, alle persone di muoversi e vedere quei bei paesaggi a cui noi tutti ormai siamo abituati. Proveremo a fare un viaggio attraverso la descrizione delle nostre antiche strade: i testi sono tratti da: Lauretana 2017 strada di artisti mercanti pellegrini, a cura di Francesco Brogi.

LA VIA DI SCIANO

Questa direttrice viaria ha origini antiche. L’analisi della Tabula Peutingeriana (copia medievale di un itinerario del tardo impero romano), identifica una deviazione per Saena lulia (Siena) che distaccandosi dalla via romana Cassia (Adrianea) presso Ad Novas (Acquaviva), toccava Manliana (Torrita) e
Ad Mensulas (Pieve di Sinalunga), per poi proseguire in direzione di Trequanda e quindi Asciano, quest’ultimo identificabile con la “mansio Umbro Flumen”. Tale percorso può essere associato, sia alla medievale “strata de Sciano” che dalle porte di Siena giungeva fino a Montefollonico e sia al tracciato della via Lauretana che ne conseguette.  “La strata de Sciano” era considerata tra le “strate publice e principales” dello stato senese, nonché di pari importanza con la via Francigena. A Siena aveva inizio a “Porta Sancti Vienis (presso l’attuale Porta Pispini) sive a porta Santi Mauritii (presso l’attuale Porta Romana) usque Scianum et a Sciano usque a castrum Montis Follonici” (strada che inizia da porta San Viene o piuttosto da porta di San Maurizio fino ad Asciano e da Asciano fino al castello di Montefollonico). L’importanza di detta strada è ribadita ai primi del Trecento quando si affermava che era: “multum utilissima et necessaria comuni Senarum et singularibus personis de civitate et comitatus et per eam multa abundaniia vittualium et grascie debenit in civitate” (era molto utile al comune di Siena, alle persone e agli abitanti del contado per la moltitudine di generi alimentari che arrivavano in città).

Come detto un’uscita dalla città di Siena avveniva da porta Romana, e prima che questa fosse costruita (1328) dalla porta che si apriva lungo quella stessa strada (il tratto urbano della Francigena, l’odierna via Roma), ossia porta San Maurizio, già esistente presumibilmente tra la fine del XII e primi del XIII secolo (oggi i suoi resti sono conosciuti come arco del Ponte di Romana). Anche sotto la rupe di Samoreci si dovette realizzare un ingresso alla città che permettesse il passaggio di una strada molto importante ed antica, che proprio in quel punto si incrociava con la Romea: si trattava dell’arteria di collegamento tra Siena e Arezzo, riconoscibile nell’odierna via dei Pispini, che entrava in città attraverso la non più esistente porta di San Giorgio (che doveva situarsi tra la chiesa omonima e Samoreci). Ed è proprio lungo questa direttrice che ai primi del Duecento sorgerà il borgo dell’Abbadia Nuova (oggi zona dei Pispini e contrada del Nicchio), come popolarmente veniva chiamato il monastero di San Giacomo e Filippo, costruito sul punto più pronunciato del sito, proprio di fronte ad un bivio anch’esso particolarmente strategico: l’attuale via dei Pispini, infatti, costituiva l’inizio della strada diretta verso Arezzo e la Val di Chiana, ma anche verso l’importante centro di Asciano. La strada scendeva per i Due Ponti non prima di aver toccato l’antica chiesa cardinale di Sant’Eugenia. Proprio quest’ultima darà il nome al “planum Sancti Eugenii”, poi volgarizzato in “Sancti Veni” (San Viene), ove nel Duecento sorgerà l’omonima porta (solo dal Sei- Settecento si imporrà l’attuale nome Porta dei Pispini). A conferma di ciò mi sembra soccorra la rubrica CCCCXXI dello Statuto dei Viari, che tra le “vie et strate principales” che si dirigevano verso il contado, da curare con la massima attenzione, include anche quella che: “incipit a Porta Sancti Vienis sive a Porta Sancti Mauritii usque Scianum et a Scianum usque ad castrum Montis Follonici

Un’altra strada che usciva da porta S. Maurizio invece scendeva a Maggiano (Magius, l’attuale Certosa) oltrepassando il torrente Riluogo si dirigeva verso Bucciano (Bucius), la via continuava poi per le località Il Molino e l’Osteriaccia traversava sotto Badia di Alfiano (Alfius, oggi Abbadia), grazie ad un ponte che ha segnato per secoli il confine delle Masse di Siena, poi è probabile proseguisse verso il torrente Bozzone e Taverne d’Arbia (Ad Tabernas). È assai probabile che le due strade citate fossero collegate tra di loro nei pressi di Ruffolo o delle Taverne, toponimo che indica un luogo di sosta di un certo rilievo. Quindi a fine Duecento da Siena ad Asciano (con il suo importante mercato medievale) si poteva andare per due direzioni: dalla strada che usciva da porta San Maurizio lungo la via Francigena (quella che poi conduceva a Maggiano) o da quella che usciva da porta San Viene e andava verso Taverne passando per i Due Ponti, per poi ricongiungersi con la precedente. La strada attraversava l’Arbia presso Taverne su un ponte di mattoni” Pontem //OVUlIl de mactonibus qui est apud Tabernas Arbie super fluminem Arbie. Già ricordato nei viari [pontem qui est subtus Tauernam;, probabilmente è da identificare con il “pontem super Arbiam in contrata de Monte Silvoli” attestato dallo statuto di Siena del 1262.

Da qui fino ad Asciano il tragitto ricalcava all’incirca quello romano. L’origine romana di questo tratto, secondo il Venerosi Pesciolini, sarebbe confermata dal toponimo DECIMO, attestato da un documento del 1092 e ubicabile in località Casanuova presso Vescona. In effetti questo luogo coinciderebbe con il decimo miglio da Siena, secondo il computo romano. La strada quindi sfiorava le località di:

  • Monselvoli: nel 1128 esisteva un hospizio dipendente dal monastero vallombrosano di Siena
  • Leonina: già castello e corte, dove nella vallata si localizzavano tre ponti. Il Venerosi Pesciolini colloca due ponti di legno sul borro Rigo e il torrente Biena (Ponte Alto) e uno in mattoni sul borro Biena, attualmente scomparso, ma ancora visibile negli anni trenta del XX secolo. Quest’ultimo secondo Doriano Mazzini è inoltre da identificare con il cosiddetto ponte del Ferrale.
  • Monte Berni: (l’attuale Poggione di Mezzavia),
  • Mucigliani: già castello.
  • Fiacciano: toponimo scomparso che potrebbe essere identificato con Casa Nuova e l’antico sito Decimo.
  • Attraversato il Castello di Vescona, l’attuale Villa Chigi Saracini, dove nel 1306 è documentato anche lo spedale di Veschona, la via toccava le località scomparse di
  • Planum Sepionis
  • S. Marcellino (Sanctus Marcellinus dove era presente una fonte per abbeverarsi),
  • Gli insediamenti della Pieve di S. Giovanni (l’attuale Pievina)
  • Rencine
  • Si giungeva poi al ponte sull’ Ombrone o di Rencine. Infatti l’attuale ponte del Garbo, da identificare con il ponte “umbronis” è ricordato nello statuto dei viari con tale nome: ne viene deliberato, nel 1306, il rifacimento “qui vocatur et dicitur pons de Rencine”.
  • quindi si giungeva al borgo di Camparboli preludio abitativo del primitivo castello di Sciano (presso il colle del Castellare).

Dopo il castello di Asciano, la strada proseguiva verso la Valdichiana ed inizialmente come abbiamo visto verso Montefollonico. Se prendiamo in considerazione il tratto Trequanda-Asciano, possiamo trovare interessanti conferme dalla documentazione di inizi Trecento; una disposizione dei viari datata all’ anno 1306, infatti, fa diversi riferimenti ad una “strata antiqua in prossimità di Trequanda”. La strada vecchia che va a Trequanda viene menzionata anche dallo statuto di Asciano del 1465. Genericamente, con i termini “strata, strata vetus o via publica”, i documenti medievali ricordavano gli antichi tracciati romani.

  • Dopo Trequanda la strada doveva dirigersi verso la corte di Castelnuovo Grilli e valicare il fossato cupo, per poi giungere presso l’attuale “fosso Mabbione” (su entrambi i corsi d’acqua, era stata prevista la costruzione di un ponte). Il seguente tratto fra il fossato “Vallis de Malbione e il cosiddetto “fossatum fracidum”, presentandosi in pessime condizioni, aveva costretto i viari senesi all’ apertura di una variante in direzione di Finerri.
  • Il percorso originale, invece, doveva proseguire verso l’area di Montalceto, la necropoli etrusca di Poggio Pinci, Rabatta, per poi virare verso Montepollini. Qui come detto, a causa del tratto di “strata rupta et totaliter devastata”, si era ritenuto necessario realizzare una “strata nova” in direzione di Vaccareccia e della “contrata sante Marie de Finerre”, per arrivare, a seguito di una “ripidam scesam, al fossatum fracidum” sul quale era prevista la costruzione di un “magnum e altum pontem”. Il precedente statuto del 1262 aveva già deliberato all’epoca la costruzione di un “pons lignaminis super fossatum fracido, quod est in curia de Sciano”. L’odierno toponimo “fossato Fradicio” tra l’area di San Gimignanello, Castelnuovo Grilli e Montecalvoli non sembra essere associabile al fossatum fradicium medievale, da localizzare piuttosto in un’area prossima ad Asciano; non a caso il già ricordato statuto del 1262 e la successiva tavola delle possessioni degli inizi del Trecento collocano la località scomparsa all’interno della corte ascianese.

La strada dopo la zona di Montalceto doveva volgere in direzione di Asciano, seguendo un percorso essenzialmente di fondovalle, che passava in prossimità di Fontasciano e raggiungeva l’antica mater ecclesia di S. Ippolito. Quindi il percorso doveva svilupparsi più a sud dell’attuale via Lauretana, dopo Montepollini passava nella valle presso le località di, Dolda e Volpaie. Questo itinerario, forse in parte riconoscibile anche nel catasto Leopoldino, viene ricordato dalla tradizione orale come la “vecchia strada per Roma”. Probabilmente, prima di giungere nei pressi di Fontasciano, doveva essere attraversato un altro ponte di legno, in corrispondenza della “scesam delavolta ad forcella”. Lo statuto quattrocentesco di Asciano ricorda la “via overo andito el quale incomincia dalla via di Trequanda et tiene per la fonte a Sciano”, mentre presso S. Ippolito esisteva un incrocio (crocella) da cui doveva dipartirsi la “strata vecchia che va a Trequanda”. La pieve di S. Ippolito, attestata dall’anno 714, ma sicuramente esistente fin dall’età tardo romana, testimonia l’antichità di questo percorso.

Un’ulteriore variante della via verso la Valdichiana, era stata già deliberata nello statuto duecentesco dei viari e ribadita nel seguente costituto del 1309-10, dove si comandava la realizzazione di un nuovo percorso “ubicumque melius et utilius videbitur convenire”, dai piedi del castello di Montalceto a Sinalunga. Forse si trattava di un percorso più a monte, in parte o del tutto simile a quello attuale, la cui realizzazione sarebbe stata necessaria per “securità de li uomini et de le persone e’ quali vanno et tornano per la contrada et de la contrada di Val di Chiana”. Nei Viari si cita anche una fonte ai piedi di Montalceto, in “logo qui vocatur fons” (semplicemente fonte), potrebbe essere legata alla sorgente detta dell’Acquapassante che infatti è ai piedi di Montalceto.

Agli inizi del Trecento, il controllo sulla strada era affidata alla figura dello “scorridore” che doveva vigilare affinché nei castelli e nei villagi non trovassero rifugio le sospette persone“. Lungo il percorso, forse a Vescona, vennero erette delle forche per i malafattori con catene et oncini di ferro“. Nell’ area tra Montalceto e San Gimignanello il pericolo principale era costituito dal bosco; il tratto che conduceva alla Val di Chiana”, era, infatti, coperto da una zona boschiva che favoriva gli aghuati di maschalzoni e non garantiva un passaggio sicuro ai mercanti e ai semplici viandanti.

Del resto esisteva almeno dal finire del XIII secolo, anche un percorso alternativo per raggiungere la Val di Chiana attraverso Montalceto e San Gimignanello; in questa fase il tracciato risultava malridotto e difficilmente praticabile, specialmente durante i mesi invernali.

Di conseguenza, nei primi anni del XIV secolo, venne ribadito dallo statuto senese un precedente capitolo del 1277 che ordinava di tagliare 100 braccia del bosco di S. Gimignanello. Verso la metà del Trecento gli abitanti di Asciano presentarono una petizione per la costruzione di una torre al posto del diruto castello di Montalceto; la torre sarebbe servita per tenere sotto controllo il passaggio verso la Valdichiana e soprattutto in tempi di guerra per avvistare gli eserciti dei nemici.

LA VIA SCIALENGA

Nella parte settentrionale del territorio di Asciano, la pianura alluvionale del torrente Biena era attraversata da un’altra strada importante, denominata nel Duecento semplicemente come “via de Vallebiene” e identificabile, plausibilmente, con la cosiddetta “strata Scialenga”, attestata da un singolo documento del medesimo secolo. Infatti l’inventario compilato nel 1225 dai canonici della cattedrale di Siena riporta: […]Una petia terre huius poderis est posita in Monte Furelli, subter currit Malena[…]de super strata Scialenga[…].

Il percorso che aveva origine presso Taverne d’Arbia o in prossimità di Monselvoli, doveva deviare, secondo il Venerosi Pesciolini, verso l’attuale Casetta, poi le Cortine, Torre a Castello, Monte Cerconi, S. Vito in Versuris e passando per Monte Sante Marie, raggiungeva Asciano superando un ponte sull’Ombrone nei pressi di Torrentino. È plausibile che da Torre a Castello, la via proseguisse in direzione di Arezzo, seguendo tendenzialmente il tracciato della vecchia strada senese-aretina. L’ipotesi sul percorso, oggi in parte sostituito dal raccordo autostradale Siena-Bettolle, è formulata anche in base al confronto delle informazioni d’archivio con la cartografia storica, in primis il catasto degli inizi del XIX secolo. Il tutto sembrerebbe confermato anche da una delibera della comunità di Asciano della fine del XVIII secolo, conservata nell’archivio comunale, dove si legge […]strada volgarmente detta della Biena, che dalle Taverne d’Arbia, deviando dalla Lauretana, porta all’osteria di Grillo, e da lì ad alcuni paesi della Val di Chiana […]. Insieme a questo tratto dobbiamo citare nella stessa zona altre strade tutt’ora in parte esistenti che come un fascio direzionale portano nella stessa direzione, come detto prima la vecchia strada per Arezzo in prossimità del podere Grillo e Rapolano. Così dalla strada Scialenga abbiamo:

  • la via di Poggiopagani, per Montebaroni, Giomoli e Pianbarocci;
  • la via delle Chiarne con S. Marco, Concezione, S. Alessandro;
  • la via per Montebello, Palazzo Primo e Piandebari, che sembra volgere più verso Rapolano.

VARCO A SIENA

Esisteva anche una via che da Torrentino, lungo la strada Scialenga, portava direttamente al castello di Serre e alla sua Grancia del Santa Maria della Scala. Infatti i carri dello Spedale del Santa Maria della Scala, usciti dal castello di Serre imboccavano la via di Fonteluco, oltrepassato il lavatoio pubblico con l’abbeveratoio, la strada scendeva in lieve pendio al guado della Bestina. Passata la Bestina, che qui è ancora un ruscello, la strada saliva per i campi, fino a raggiungere la via che da Asciano conduce a Rapolano, lungo la dorsale del colle. All’incrocio tra le due vie, fra Poggiogreppoli e Casanovalpino, c’è un lieve avvallamento che ha il suggestivo nome di VARCO A SIENA, oltre il quale la strada scende a precipizio nella valle dell’Ombrone. Si passa ancora oggi davanti al casolare di Gano e finalmente il terreno diventa pianeggiante, proseguendo si trovava il guado sull’Ombrone, un ponte di legno presso il molino di Torrentino (ma esisteva anche una chiesa e forse un ospizio), questa via nello statuto comunale di Asciano del 1465 viene detta “via de’ Merchatanti”. La strada s’inerpicava per curve e controcurve fino a Crofeno, sulla via Scialenga, qui si poteva scegliere: il privato cittadino in genere preferiva proseguire per la Via Scialenga, che era più sicura perché toccava diversi luoghi, ville, chiese e castelli (come detto Monte Sante Marie, San Vito in Versuris, Montecerconi, Torre a Castello); ma i carri dell’Ospedale della Scala, carichi di grano, di vino e d’olio prelevati dai magazzini della grancia, erano ben scortati e non temevano brutti incontri, chi li guidava sceglieva perciò la via più breve. Al bivio oltre Crofeno, imboccavano la via di sinistra, che passando per Calceno giungeva all’odierno podere Fontanelle, immettendosi nella via di Asciano prima di Vescona. Nello statuto dei viari si parla di fare una fonte “nella strada di Asciano che va alla corte delle Serre in luogo S. Marcellino”: tale località potrebbe essere situata all’incirca nel luogo dell’odierno podere FONTANELLE, anche perché in un altro passo si specifica che S. Marcellino è situato tra Vescona e la pieve di S. Giovanni (Pievina), scomparso il toponimo potrebbe essere rimasta la memoria delle fontane nell’attuale nome FONTANELLE.

LE DIRETTRICI PER LA FRANCIGENA

Sul fronte occidentale e meridionale della via di Sciano, è importante sottolineare la presenza della strada Francigena, anche se non direttamente all’interno dei nostri confini. Verso di essa gravitavano tutta una serie di percorsi secondari a raccordo delle località esistenti.

ll percorso più battuto era forse quello che si sviluppava da Lucignano d’Arbia in direzione di Asciano, superando, prima, il guado sul borro Causa presso le località di Stabbia, giungeva poi a Montauto, costeggiava il fiume Ombrone, fino a Rigoli, S. Arcangelo e Segale. Nello statuto dei Viari si dice che gli uomini di Montauto (illi de Monte agutolo) debbano ampliare la strada tra il ponte (di Montefranchi) fino a FONTEM DE CARR(A)IS, appunto il tratto di strada che da Rigoli va verso S. Arcangelo, Segale e le CARRAIE, dove era situata una fonte. Come riportato vi erano alcuni ponti che permettevano dalla suddetta strada di attraversare il fiume Ombrone:

  • uno di questi era a Montefranchi in luogo detto guado CARCANI (esisteva una località scomparsa detta Arcano), che permetteva di andare a Montecontieri e alla strada di Chiusure, oppure costeggiando il fiume fino Montemori, Fontodori, S. Leonardo ed il castello di Asciano (presso il Castellare).
  • un altro ponte sul fiume Ombrone, sempre descritto nello statuto dei Viari, collegava Fontodori (località oltrepassato S. Leonardo), dove varcava l’Ombrone e si dirigeva (attraverso Carlano e la Coppa) alla strada di Ghiene (Dieno) e Montegrosso (scomparso); mentre dall’altra parte del fiume la strada (che descriveremo dopo) di “Segare” (Segale, poi l’attuale strada del Moro) con Funino e pieve di S. Giovanni.

Alcune traverse invece collegavano la Francigena con la strata de Sciano:

  • La prima presso Monselvoli attraverso le località di Lucano e Medane. Nei Viari è descritta citando le località di: “Osinnina, Medinam (Medane), Salteanum (Salteano), S. Giovanni ad Collansi (S. Giovanni a Collanza)”.
  • Quello che da Ponzano giungeva a S. Martino in Grania, attraverso un ponte sul torrente Biena.
  • Quella di Capomodine, Ristoro, Monteucci che si immetteva nella precedente.
  • La strada che dalla Pievina, passava per Lucolo, Castelrenieri, Badia a Rofeno e proseguiva in più direzioni verso la Causa prima e la Valdarbia poi.
  • La strada che da Montefiori, attraverso il Moro, Poderucci si ricollegava a Segale e alla strada di Montauto. I Viari citano la strada “que vocatur MONTESIORI” (il toponimo ricorda Montefiori, che infatti è nella curia di S. Giovanni in Vescona) che da S. Giovanni in Vescona per Fonino, va ad Asciano e Chiusure (scegliendo di passare l’Ombrone in uno dei ponti precedentemente citati a Fontodori o Montefranchi).

Alcune di queste vie sono riportante anche nello statuto comunale di Asciano del 1465: “via di Sancto Arcangelo fino a Fontodori”….”; via la quale si dicie Arengho da Seghale infino a Sancto Leonardo”…

Inoltre, in tempi remotissimi secondo lo storico Alvaro Tracchi era possibile riconoscere una fascia viaria di origine etrusca che attraversava il nostro territorio e la via di Sciano. La direttrice Populonia – Arezzo, infatti limitandoci alla parte che interessa il nostro territorio, arrivata sulle colline di Mucigliani (a nord di S. Vito e Montecerconi con cui era collegata anche in tempi non lontani) scendeva verso l’Ombrone in prossimità di Colonna di Grillo.

VIE DAL CASTELLO DI ASCIANO

Dal castello di Asciano, inizialmente presso il Castellare, partivano, oltre che la via già citata per Trequanda e la Valdichiana, altre direttrici ben documentate. Innanzitutto il borgo di Camparboli si presentava come un centro di smistamento viario, si andava e veniva:

  • verso Siena per il ponte sul fiume Ombrone
  • verso la strada del Piano che proseguiva in direzione Serre e Rapolano
  • verso la porta Senese dell’attuale Asciano
  • esisteva anche una strada che dall’attuale podere il Chiostro andava verso il Castellare (il vecchio castello) e il borgo di S. Leonardo, documentata fino al catasto Leopoldino di inizi XIX secolo e di cui una parte è ancora esistente.
  • Infine dal Castellare la via poteva continuare verso il confinante castello di Chiusure, passando per le Monachine, Palazzo Monaci, Montecontieri.

Nel settore settentrionale vari percorsi portavano alla corte delle Serre e Rapolano:

  • da Camparboli per il Colombaio, la Costa, S. Ripoli si raggiungeva Naolano.
  • la vecchia via che dal borgo di Prato continuava verso la Torre, S. Ippolito, appena attraversato il fiume Bestina (presso gli attuali magazzini comunali) si diramava; una via proseguiva verso la chiesa (per poi ricongiungersi alla via vecchia di Trequanda e in tempi più recenti alla Lauretana), l’altra risalendo fino al podere Poggiolo si dirigeva a Naolano (dove si riuniva con quella proveniente dalla Costa), per poi proseguire verso le località Casella, Pieve de Preti, Poggiogreppoli; il catasto francese del 1813 riporta questa strada come “ancient chemin de Asciano a Rapolano” (antico cammino=strada da Asciano a Rapolano). Nello statuto dei Viari la strada per le Serre attraversava il “plano de Chaggio” (dove era anche una chiesa documentata fin dal 1178) identificato con l’odierno piano di S. Marie, oltre la zona industriale. Tra Poggiogreppoli e Scurcoli infatti si poteva deviare per il castello delle Serre attraversando il fiume Bestina con un ponticello ancora esistente che portava verso il podere l’Adegia, la chiesa S. Andrea e il castello di Serre presso la zona di S. Rocco.