DAGLI SCIALENGHI, AL COMUNE DI ASCIANO, ALLA REPUBBLICA DI SIENA

ARCA propone una nuova piacevole ed inedita lettura sul periodo medievale che va dall’ascesa degli Scialenghi, fino alla costituzione del Comune di Asciano e la susseguente dominazione senese. I testi sono tratti da: Asciano e le sue terre tra tre e quattrocento (contributo a cura di Francesco Brogi) –  Il contado senese all’epoca dei Nove, Asciano e il suo territorio tra Due e Trecento (Andrea Barlucchi) – L’Impero e la Toscana durante il regno di Federico Barbarossa (Maria Elena Cortese) – Lo Stato di Siena antico, e moderno (Giovanni Antonio Pecci) – Un popolo un castello, storia delle Sere di Rapolano (Enzo Lecchini e Sandro Rossolini). Buona lettura.

Sessiano e la Scialenga

Il nome ASCIANO come tutti i toponimi col suffisso in ano (anum nella forma latina) indicano appartenenza; sono detti toponimi prediali o fondiari, cioè dei nomi locali che designano i possessori dei terreni. Don Alfredo Maroni (Prime comunità cristiane e strade romane nei territori di Siena-Arezzo-Chiusi) sosteneva che Sessiano, il nome relativo ad Asciano che troviamo nel primo documento scritto (714 d.C), deriva dal gentilizio latino Sessius (terra della famiglia di Sessius o dei Sessii)

Nell’alto medioevo, la vasta area a cui faceva riferimento Asciano era detta SCIALENGA, da cui prendono il nome i Signori Conti del territorio. Il suffisso enga/engo si trova spesso nella toponomastica di origine longobarda come Barengo (NO), Farisengo (CR), Rodengo (BS) Rosenga (AN); in “Dizionario dei nomi geografici italiani” si sostiene: il suffisso engo indicante insediamenti germanici spesso gotici o longobardi, designa appartenenza, discendenza.

Con lo stanziamento dei longobardi in Italia (568), ad Asciano (nei documenti Sessiano) è testimoniata nel 714-715: una curtis regia (sviluppata, come solitamente avveniva, presso le rovine dell’antica struttura romana) e la pieve di S. Ippolito, oggetto di una lunga contesa tra il vescovo senese e quello aretino. Con la conquista dei franchi del regno longobardo e la formazione del Sacro Romano Impero ad opera di Carlo Magno, si ebbe un periodo di relativa stabilità; ma con la fine dei Carolingi si ebbe il fenomeno anche in Toscana dell’incastellamento, a causa della successiva anarchia e la conseguente lotta tra i grandi feudatari e tra quest’ultimi e l’imperatore Ottone I di Sassonia (X secolo).

Gli Scialenghi

Su Asciano le fonti scritte tacciono fino ai primi decenni dell’XI secolo, quando alcuni placiti e varie donazioni menzionano i Signori di Sciscano/Scesiano. Le origini di tale famiglia sono piuttosto oscure, tanto è vero che taluni studiosi li ritengono di origine salica (quindi franchi) altri di origine longobarda, dubbio che potrà dissolversi solo con studi più approfonditi.

Nell’Ottocento Emanuele Repetti (Dizionario geografico fisico storico della Toscana) asserisce: Comunque vada spetta a parer mio al ramo dei Conti della Scialenga, un conte Ranieri figlio del Conte Walfredo (I). Ranieri morto prima del 1022 come dimostra un atto del figlio Walfredo (II), il quale con il fratello Ugo, nel febbraio del 1022 si qualifica: nato dal fu Conte Ranieri di Walfredo di Sciano, allorchè dal suo Castello di San Gemignanello faceva atto di donazione al capitolo della cattedrale di Arezzo la sua quarta parte della Chiusa Obertenga posta in Val di Chiana.

Da Walfredo (II) nacque un secondo Ranieri (II) cui riferiscono vari documenti pubblicati dall’abate Camici nella sua Continuazione de Marchesi di Toscana. Il primo di essi del settembre 1036, fu scritto dopo la morte del padre Walfredo II, in esso emerge il nome della moglie, la Contessa Ermengarda allora vivente. Il secondo atto del luglio 1040 fu rogato presso Rigomagno, col quale il Conte Ranieri II donò alla cattedrale stessa di Arezzo molti beni che possedeva in Asciano, Asinalunga Foiano, Betolle, Torrita, Fratta ecc. (…et quarta pars mea portione de uno tenente de terra et vinea, qui est posita in loco et vocabulo Esclito: de subtus occurrit rigo qui dicitur Cupra, de super alie vie publica, qui est infra plebe sancte Aghate……et mea portione quot est quarta pars de ispa terra qui est in vocabulo Pratomaio et in Sculcule: et est ista res infra plebe sancte Agathe…..). Copra, via pubblica, Prato e Scurcoli, questi i toponimi conosciuti.

Spadalonga e Cacciaconti

La mancanza delle scritture nei decenni seguenti impedisce di conoscere come dai Signori Scialenghi derivarono gli Spadalonga Bizzarra e i Cacciaconti Cacciaguerra, imparentati tra di loro.

Il Conte Spadacorta, deceduto nel 1116, come lo dà a conoscere un atto del novembre 1115 in cui si tratta dell’offerta fatta al pievano di S Vito in Creta (già in Versuris) della chiesa di S. Matteo a Monte Cerconi. Mentre i Cacciaconti, come ipotizza l’erudito Ludovico Antonio Muratori, deriverebbero il nome per essere stati d’aiuto a cacciare conti da qualche città toscana. In effetti il titolo di conte, con cui i Signori della Scialenga si fregiavano, era probabilmente l’eredità di una carica comitale esercitata forse nella città di Siena nel X secolo, non essendo mai esistita la contea della Scialenga.

Di fatto nell’XI secolo, i conti Scialenghi e le loro discendenze Spadalonga e Cacciaconti, possedevano beni in un’ampia porzione di territorio che si estendeva sino alla Val di Chiana e all’aretino; il centro del loro potere era Asciano, dove avevano sicuramente una delle loro residenze e il Cassero o Castrum. Con la perdita di potere della carica imperiale nella fine dell’XI secolo (1075 inizio lotta delle investiture tra imperatore e papato), gli Scialenghi (come quasi tutti i feudatari) andarono a consolidare il dominio proprio sulle loro proprietà, impadronendosi progressivamente di diritti e privilegi che fino a quel momento non gli spettavano.

Da questa epoca in poi la storia insediativa di Asciano è strettamente legata alle vicende e ai contrasti per la supremazia tra le città toscane, in particolare quella tra Siena e Firenze

Federico I Barbarossa e la corte imperiale

Nell’estate dell’1158 l’imperatore Federico I Barbarossa scese in Italia con un forte esercito tedesco, deciso ad imporre la sua volontà ai comuni lombardi ed in particolare a Milano. Occorreva però far terminare in Toscana le lotte tra le città rivali e fra queste e i signori feudali. Ottenuta la pace sarebbe stato più facile convincere i toscani ad inviare eserciti e contingenti in aiuto dell’Imperatore. 

Nello stesso anno Siena ottiene un importante privilegio come compenso per la fidelitas e per i meriti nei confronti dell’Impero. Vi si definì un’area di dodici miglia intorno alla città, entro la quale si vietò ai conti di Orgia (ramo degli Ardengheschi) e ai signori di Orgiale (ramo dei Berardenghi) di edificare castelli: «reficere vel edificare aliquod castellum». Il contenuto del testo è dunque assai preciso e si riferisce allo stato di tensione che opponeva Siena ai discendenti delle famiglie comitali cittadine, in possesso di vaste dominazioni zonali nel territorio. Si tratta di un provvedimento dalla particolare importanza, in quanto per la prima volta veniva legittimata ufficialmente l’aspirazione cittadina al controllo su una fascia omogenea del comitatus. Un collaboratore dell’imperatore Federico I, Rainaldo di Dassel Arcicancelliere d’Italia per conto dell’impero, nel 1163 scese in Toscana per visitare le terre facendosi accompagnare tra l’atro da funzionari e nobili tra cui Ildebrandino Cacciaguerra degli Scialenghi, il quale compare anche come testimone in un atto per l’abazia di S. Antimo.

Il primo conflitto tra Siena e Asciano

Alcuni studiosi ritengono che in base al privilegio imperiale delle “12 miglia”, Siena nel 1167 viene a contrasto con Asciano e schiera l’esercito sotto le mura del castello, costringendo i Cacciaconti alla resa e alla pace del 1168. Esistono altri eventi che potrebbero essere alla base della volontà di egemonia senese su Asciano.

Nell’aprile 1167 Siena ottenne da Rainaldo di Dassel Arcicancelliere d’Italia un ulteriore privilegio. La città s’impegnava a riscuotere il fodro imperiale (una tassa) e a versare un aiuto all’impero di milletrecento lire, ottenendo in cambio l’esenzione dalla partecipazione diretta alla spedizione imperiale verso il regno normanno del sud d’Italia.

Altro evento: il 24 luglio giunse a Roma l’imperatore mentre papa Alessandro III fuggiva a Benevento. Federico, padrone di Roma si fece incoronare imperatore per la seconda volta dall’antipapa Pasquale (1 agosto 1167), ma pochi giorni dopo i suoi soldati cominciarono a morire colpiti da febbri, probabilmente malariche, morirono anche i suoi comandanti, tra i quali Rainaldo di Dassel, suo nipote il duca di Svevia, Federico IV, il duca di Toscana Guelfo VII e altri. Decise allora di tornare il Germania.

Negli anni seguenti in Toscana, più importanti poteri regionali ripresero con forza i loro progetti: anche i comuni maggiori, aprirono una nuova fase di guerre intercittadine ripartendo alla conquista dei contadi. Entrambe le due situazioni citate misero Siena in una condizione di supremazia incontrastata nell’acquisizione del contado e della corte dei territori limitrofi, tra i quali in primis Asciano.

Nel 1168 i contrasti emersi in questa fase, e la probabile distruzione di parte del castello di Asciano (forse la parte di proprietà della famiglia Bizzarra-Spadalonga) creano le premesse per l’iniziale donazione del castellum de Sciano a Siena, per mano di un personaggio del ramo maggiore degli Scialenghi (Cacciaconti), ossia Aldobrandino (Ildibrandino) Cacciaguerra. Possiamo supporre in questa fase anche uno scontro tra le stesse due famiglie discendenti dagli Scialenghi. Nell’atto di pacificazione vengono specificati i confini del castello donato: ex una parte currit Copra, ex alia est fosato, desuper est fossa castri et podio Arnelfi, ex alia parte dictum fuit Campumdollium. La posizione elevata della struttura sembra essere ribadita successivamente nello stesso documento, menzionando il castrum et podium (poggio). Si tratta quindi di una struttura sviluppatasi in posizione elevata verso il torrente Copra, non coincidente con l’attuale centro storico di Asciano. Infine il Cacciaconte si impegna per il futuro a non ricostruire il castrum ed a muovere guerra a coloro che avessero intenzione di farlo.

Nasce il comune mentre i Cacciaconti si alleano a Firenze

La probabile mancanza dell’esercizio del potere ad Asciano in questa fase di transizione, potrebbe aver messo il ceto più sviluppato residente nel castello e nei borghi (dedito ad attività artigianali e di mercanzia) ad unirsi in una prima forma embrionale di organizzazione comunale, come emerge dai documenti successivi. Per il fatto di trovarsi a cavallo tra due contadi diversi in posizione giuridica non mai definita, cioè nel contado storicamente senese ma in diocesi aretina, distante però da questo ultimo centro, Asciano aveva potuto crescere indisturbata con il suo mercato che faceva convergere qui individui dalle vicinanze, come da luoghi più remoti e soprattutto la grande produzione cerealicola di una vasta area. Contemporaneamente i Cacciaconti iniziano la loro strategia per riconquistare del castello di Asciano, secondo quanto riportato dalla cronaca del fiorentino Sanzanome, i signori di Asciano si sarebbero recati direttamente a Firenze per offrire il loro castello e chiedere protezione alle autorità di questa città […]cum senense vellent sibi subicere terras nullo iure ad se pertinentes, venerunt domini de Asciano aretini episcopatus, petentes se velle subicere florentinis, ipsi vero acquisti facti a senensibus de Podiobonizi memore existentes, receperunt illud sub custodia […].

Di fronte a tali eventi, nel 1174 i senesi assediano Asciano. Le stesse famiglie discendenti dagli Scialenghi Cacciaconti e Bizzarra-Spadalonga si combattono per la supremazia territoriale: i primi come visto alleati con Firenze, i secondi con Siena…è la Guerra di Asciano. Quest’ultima coalizione, subisce una sonora sconfitta proprio presso le mura del castello di Sciano. I conti di Asciano, che si erano visti sottrarre il proprio castello dai senesi, giurano sottomissione a Firenze. 

La pace con Siena del 1175

La lontananza da Firenze e quindi la difficoltà di protezione sul territorio di Asciano, fa sì che nel 1175 si firmi un trattato di pace a tre: Cacciaconti, gli Homini di Sciano e Siena. Tale pace dettata da Siena comportò l’accettazione di due tipi di clausole: alcune di carattere militare che riguardavano i Cacciaconti; altre di tipo economico che riguardavano giustamente chi controllava il territorio, ossia il nascente comune di Asciano (Homini di Sciano). A conferma dello scontro totale che si ebbe l’anno precedente ecco alcune clausole del trattato: “verranno restituiti i prigionieri del conte Ubertino (capostipite dei Bizzarra), concessa la riedificazione dei castelli di Rencine, Montebello e Campiglia, si permetterà agli abitanti di Montemartino, Montebernardo, Montefranchi di poter tornare ad abitarvi, i parenti del conte Barote, torneranno in possesso dei castelli di San Gimignanello, Montalceto e Farneta”. Si evince anche che tutta la nobiltà minore della zona parteggia per Siena (come pure alcuni centri, fra i più consistenti Montepulciano, Monticchiello, Serre e Montecerconi). Questo fatto è in perfetta sintonia con le considerazioni sullo sviluppo del centro di Asciano che preoccupava il circondario e lo spingeva a cercare l’aiuto di Siena.

Inoltre tra le altre condizioni: “vengono cedute due pezzi di terra (plateam) una in uno castro et unam in alio castrum” a conferma che nel castello si potevano distinguere due parti (l’ipotesi più attendibile è che una parte del castello sia stato dei Cacciaconti, l’alta dei Bizzarra). Gli Homini di Sciano, in rappresentanza del nascente Comune devono: “abbattere al suolo cento braccia di mura del castrum, restituire a Siena prigionieri, elmi e scudi. Infine quando i senesi faranno allirare i loro beni, altrettanto faranno gli ascianesi per i loro patrimoni”. La Lira era un particolare meccanismo di stima e riscossione delle tasse in base al patrimonio e questo la dice lunga sulla ricchezza e sulla dimestichezza degli ascianesi con le pratiche di contabilità più avanzate. Sia gli Homini di Sciano che i Cacciaconti si impegnavano a non ostacolare la libera circolazione delle merci senesi, ed infine un’ulteriore testimonianza della ricchezza del territorio ossia: “il divieto di fare il mercato settimanale nei giorni di giovedì, venerdì o sabato, che per il fatto di svolgersi in concomitanza con quello senese fatto in piazza del Campo potrebbe fargli concorrenza”.

Nel 1197 riconfermata la pace con Siena

Secondo lo storico Antonio Pecci, nel 1197 l’esercito senese si era portato di nuovo sotto le mura di Asciano, proprio perché era stato violato il divieto di rifacimento delle stesse, ma il contesto storico in verità è più articolato. Il 27 settembre 1197 in Sicilia muore l’imperatore Enrico VI, figlio di Federico I (a sua volta morto nel 1190), immediatamente le città della Tuscia si riunirono in una dieta a San Genesio costituendo una lega contro i feudatari dei loro contadi: in questo contesto anche Siena si affrettò ad esigere un nuovo atto di omaggio da parte dei Cacciaconti emesso il 18 febbraio 1198, data considerata come anno solare, ma in realtà il documento è da considerarsi del 1197 poiché l’anno iniziava ab incarnatione il 25 marzo (9 mesi prima della nascita di Cristo) e finiva quindi a metà marzo (quindi febbraio era il penultimo mese dell’anno). La città esige la riconferma della prova di fedeltà del 1175, questa volta elaborando due distinti documenti: uno rivolto ai Cacciaconti, l’altro al comune di Asciano. In merito al primo, i signori del luogo promettono di divenire cives senenses nonché di abitare in città per alcuni mesi ogni anno, costringendoli così ad un controllo maggiore; Siena esige il pagamento di 500 lire e il cero per l’Assunta per ciascuna delle località controllate: Monte Sante Marie, Chiusure, Rapolano, Petroio, Sinalunga, Montisi, Torre a Castello e Poggio Santa Cecilia.

Dal secondo documento si deduce che gli ascianesi, a questa data sono già costituitisi in libero Comune, in quanto compaiono i Consoli. I cittadini liberi (357 capifamiglia) sono chiamati a firmare il documento e giurare fedeltà a Siena in tre luoghi distinti: presso il castello di Sciano; presso il borgo di Camparboli; presso la pieve di S. Agata. I Consoli impongono una eccezione al giuramento di fedeltà in favore del ramo Bizzarra (Rinaldo e Ubertino), e si dichiarano pronti a fare guerra a non meglio precisati senesi che volessero aggredire i sopra citati Bizzarra, forse un chiaro riferimento allo scontro avvenuto tra Cacciaconti e Bizzarra…in effetti i non precisati senesi potrebbero essere proprio i vecchi proprietari del castello di Asciano, costretti a divenire cittadini senesi proprio nello stesso anno. Gli ascianesi inoltre devono cedere due platee (appezzamenti di terra) in due borghi, uno dei quali potrebbe essere il citato Camparboli.

Venti di guerra: gli atti del 1202-1205

Nel 1202 Firenze stringe alleanza con Montepulciano in funzione anti senese, e subito lo scacchiere di contrapposizioni si muove: Ranieri di Pepone Cacciaconti, Rinaldo d’Ildebrandino Cacciaguerra e Guido Cacciaconti, giurano di non fare né accordi né paci con Montepulciano, senza il consenso di Siena. Tre anni dopo, nel 1205 a San Quirico si tenne la dieta della lega Toscana per trovare un’intesa, fra le varie città, circa il comportamento da tenere nei confronti di Montepulciano, che non voleva sottostare al dominio di Siena. I Cacciaconti furono invitati quali testimoni al giuramento prestato da alcuni abitanti della località di San Quirico, di fronte al vescovo di Volterra, priore della lega Tuscia, al fine di accertare se Montepulciano fosse sempre appartenuta al contado di Siena. Dalla deposizione di uno dei testimoni risulta appunto che i Cacciaconti presenziavano alla cerimonia in qualità di “vessilliferi” del comitato o contado senese: Ranieri di Pepone Cacciaconti, Ildebrandino Conte della Scialenga e Guido Cacciaconti. In un momento di grande debolezza del potere imperiale, i Cacciaconti non avevano potuto evitare legami sempre più stretti con la politica della città più vicina ai loro domini, cioè Siena.

Dopo due anni di assedio di Montepulciano, nel 1207 fu guerra aperta tra Siena e Firenze intervenuta a difesa dei Poliziani. Ma l’anno seguente, Siena timorosa di un’altra prossima sconfitta, conclude un accordo con l’imperatore Filippo, mettendosi sotto la sua protezione ed impegnandosi a donare all’imperatore i territori restituiti dai fiorentini, in caso di accordo di pace. I fiorentini, furiosi per tale alleanza, rientrano in territorio senese devastando e conquistando vari castelli minori tra cui Torre a Castello e Monte Sante Marie.

Alla fine nel 1208 Siena si sottomette alle condizioni di pace di Firenze. Per risanare ai danni della guerra di Montepuciano, Siena emana una tassazione straordinaria nei propri possessi. Asciano contribuì per 1500 lire, la tassa è la più elevata tra tutti i possedimenti senesi, il che denota ancora una volta la vivacità economica del territorio. Mentre il comune di Asciano è tassato due anni dopo alcuni documenti evidenziano ancora le attività dei Cacciaconti e i Bizzarra: il 21 agosto l’Imperatore Ottone IV mentre passava dall’Abbadia S.  Salvadore confermò in feudo (e vedremo in seguito forse a quale prezzo) al Conte Spadacorta ed ai di lui fratelli e nipoti i castelli di Torrita di Ripa della Fratta di Bettolle ed altri che teneva già. Dall’Archivio Diplomatico Senese si conserva il documento del 3 gennaio con il quale un Conte Ranieri di Pepone de Cacciaconti residente allora a Monte SS. Marie, affittò dei terreni boschivi posti in quel distretto in località detta “Chiarna”, e di corrispondere ai proprietari una pensione annua di una marca d’argento per la festa di S. Stefano. Nell’atto gli uomini di Monte Sante Marie, si radunarono davanti alla chiesa di San Bartolomeo.

L’atto del 1212: tra i fiumi Ombrone e Copra

Il 1212 è l’anno del giuramento di difesa e di amicizia prestato da Guido di Ranuccio, podestà di Siena, e dai principali cittadini senesi, dai consoli e dai signori delle Arti, agli uomini di Asciano e per essi a Lupicino, loro console. Così come Lupicino, console di Asciano, promette a Guido di Ranuccio da Orvieto, podestà di Siena, di difendere i Senesi e gli acquisti fatti dal comune in quel territorio da Gualfredo e Ubertino di Ubertino “Bizzarre”, di far guerra per i Senesi e di conceder il castello di Asciano a loro richiesta. La motivazione del giuramento, sempre secondo il Pecci, è dettata per evitare una nuova alleanza Asciano – Firenze, e si concretizza con l’invio dell’esercito senese sotto le mura del castello di Asciano. Ma in realtà nel trattato si evidenzia un significativo rapporto di tipo quasi paritetico tra Siena e Asciano, che tuttavia, sarà destinato a non durare a lungo. Nello specifico i fratelli Ubertino e Gualfredo (figli di Ubertino Bizzarra) vendono a Siena per 2300 lire, i diritti che vantavano sul castello di Asciano per non meglio specificati debiti contratti con L’IMPERATORE OTTONE IV. Ma l’importanza dell’atto è anche nella descrizione topografica, il castello è posizionato: castri seu castelli de Sciano, vel quod Scianum nominatur, quod est positum ultra flumen Umbronis iuxta Copram[…],: tra il fiume Ombrone e il fiume Copra. Tali informazioni ci permettono di localizzare con un certo margine di sicurezza, l’originaria struttura castrense che, pertanto, doveva estendersi sull’altura a sud-ovest dell’attuale abitato di Asciano, ancora oggi legata al significativo toponimo di CASTELLARE che difatti è posizionato tra i fiumi Copra e Ombrone. Nello stesso 1212 anche i diritti sul mercato di Asciano sono oggetto di trattativa e vengono ceduti dai Bizzarra ad un altro signore di Asciano, Caccia di Poppo. La cessione è temporanea, infatti tra la primavera e l’estate del 1212 un Ildibrandinus quondam Usinbardi compare, in qualità di testimone, alle cessioni di diritti sul mercato di Asciano fatta in favore del comune di Siena da parte di Caccia di Poppo da Asciano. Inoltre lo stesso Caccia di Poppo vende sempre a Siena altri diritti e giurisdizioni ottenuti dai Bizzarra nella corte di Asciano. Ormai la presenza di Siena nel territorio della Scialenga si accresce sempre di più.

Il borgo di Sciano e la perdita di indipendenza

Nel 1214 un documento di pagamento di 6 denari relativo ad un possidente di una casa posta NEL BORGO DI SCIANO, ci fa supporre che intorno al castello (Castellare) oltre CAMPARBOLI (citato già nel documento del 1197), doveva esistere grosso modo in direzione dell’attuale centro abitato, o meglio verso la piazza del mercato detta Mercatale (oggi piazza del Grano) il borgo detto di Sciano. Oltre questi due borghi, documenti successivi citano l’esistenza di: BORGO LERCIO (oggi Borgo S. Maria, desunto da un documento settecentesco), BORGO S. LEONARDO (con chiesa citata già nella bolla papale del 1178) e BORGO CANALE (al momento di imprecisata ubicazione) di cui esisteva una porta ad esso intitolata nel castello Di Asciano. Come posiamo notare, tutti e 4 questi borghi (identificati) erano posti intorno al castello, ovvero alla base del poggio del Castellare. Inoltre nello stesso anno vengono sottoscritti due atti: nel primo gli abitanti di Asciano si impegnano a pagare a Siena una certa somma “pro pensione Platea Domus in qua abitant”; nell’altro atto sempre gli abitanti (sembra in numero di 76) si obbligano al pagamento annuo a Siena di una certa quantità di grano, carne, vino, polli, cacio … privilegi che prima spettavano ai Bizzarra.

Nel documento del 1218, compare al posto degli abituali consoli, il dominus et rector Ranerius Guazolini, figura forse imposta da Siena a seguito di sconvolgimenti interni non meglio specificati, che richiede al podestà senese di poter eleggere personalmente il collegio consolare. Si apre una fase complicata per gli homines di Asciano, non più liberi, evidentemente, di scegliere i propri rappresentanti senza la costante interferenza della città senese. Nonostante la forte presenza di Siena, nel 1221 i Cacciaconti ad Asciano avevano conservato l’esazione delle gabelle, entrate e proventi del passo sul ponte, crediamo noi sul fiume Ombrone. Invece il Comune aveva prestato a Siena 500 lire, delle quali 300 erano già state restituite a quella data.

Le acquisizioni di Siena ad Asciano

Da altri documenti emerge che nel 1255 attraverso sottomissioni forzate e soprattutto acquisizioni di diritti su proprietà private, il castello di Sciano è quasi totalmente sotto il diretto controllo di Siena. Quindi più che una conquista militare si tratta di una vera e propria acquisizione. Infatti Orlandino di Rinaldo, Pietro di Scotto, e Simone d’Arrigo, vendono a Siena la quarta parte della metà di questa terra d’Asciano, colla corte, e distretto coll’annuo perpetuo censo di 60 lire e con tutte le pertinenze, servizi, affitti, e rendite, che erano soliti ritraere dalla dogana del sale, pesce, farina, dal sigillo della comunità, e da pedaggi, e passaggi consueti nella citta, e contado di Siena.

In questo contesto, Sigherio Gallerani abile mercante senese investì i profitti o almeno una consistente parte di questi, derivanti anche dalla sua attività di banchiere, documentato a partire dal febbraio 1256, nell’acquisto di proprietà terriere nella corte di Asciano, in particolare in una località denominata Squillino (oggi identificata con Palazzo Monaci) comprendenti un palatium (presso la piazza del mercato, oggi identificato con il Palazzo de Monaci di S. Galgano) con vari appezzamenti organizzati in poderi.

Successivamente Sigherio acquistò, nel 1271 e nel 1275, altri terreni, sempre nella corte di Asciano appartenenti al Comune di Siena. Infine la maggior parte dei beni immobili e mobili del Gallerani nella corte di Asciano furono donati, in parte con un atto del giugno 1286, in parte con il suo testamento rogato nel 1288, proprio all’abbazia di S. Galgano.

La definitiva sottomissione a Siena

Nel 1262 nello statuto comunale di Siena (Il Constituto), compare l’obbligo di abbandono del castello di Sciano (sul colle dell’attuale Castellare) e il divieto di costruirvi all’interno strutture abitative, concedendo ai proprietari di poter recuperare il materiale edilizio per costruire altrove, quasi sicuramente nel sottostante borgo di Sciano intorno alla piazza del mercato. Da questa data inizia un ulteriore sviluppo abitativo di quello che sarà nell’arco di una cinquantina d’anni il nuovo castello di Sciano, identificabile con il centro storico attuale.

Successivamente alla battaglia di Monteaperti (1260 vittoria senese ghibellina), comincia la riscossa guelfa guidata dal francese Carlo d’Angiò (fratello del re di Francia) chiamato il Italia dal papa. A tal fine nel 1268 lo stesso Carlo d’Angiò conferisce al senese Iacopo Gallerani (fratello di Sigherio) di parte guelfa, con un diploma solennemente emanato a Trani l’8 dicembre, nel quale veniva ricordata la fedeltà alla causa della Chiesa e degli Angioini, i castelli di Camigliano e Rigomagno e il borgo di Ascianocastellare et burgum Sciani.” Nel documento il vecchio castello abbandonato viene identificato con il diminutivo di “Castellare” e si certifica l’esistenza dell’abitato di Asciano sotto forma di borgo, al momento non ancora fortificato.L’investitura fu però di breve durata; il 7 giugno 1269, infatti, con la sconfitta dei Senesi a Colle Val d’Elsa a opera dei Fiorentini e delle armate angioine e il conseguente rientro in città degli esiliati guelfi, si giunse a un nuovo equilibrio politico, sancito l’anno seguente dalla pace tra Carlo d’Angiò e la città di Siena. Negli accordi siglati in tale occasione fu prevista anche la restituzione dei feudi un tempo concessi dall’Angiò a Iacopo Gallerani che nel frattempo era rientrato a Siena, ed ebbe quindi l’ordine di restituire i suoi possedimenti alla Repubblica.

Da ora in poi Asciano seguirà le sorti nel bene e nel male la Respublica Senensis.